A Bologna (e non solo) il PD ha vinto. Ma non c’è tempo per festeggiare. Occorre capire e cambiare.


Venerdì sera ho partecipato alla riunione della Direzione del PD bolognese. Sono anche intervenuto nel ricco ed intenso dibattito che è seguito alla relazione di Raffaele Donini. Ho letto poi domenica mattina la cronaca politica di Silvia Bignami su “La Repubblica – Bologna” su questa Direzione. Prima di tutto un appunto alla giornalista: la riunione è durata 4 ore e mezza e non sette. Non c’erano 30 partecipanti, ma circa 60.

Posso capire che l’intervento di Maurizio Cevenini e il suo doppio incarico elettivo possano essere considerati, giornalisticamente, il pepe della serata. Ma senza pepe si può mangiare, senza pane e companatico no. Ed allora una cronaca politica dovrebbe essere più attenta anche agli altri argomenti della serata.

La motivazione di questa lettera non è però quella di criticare “La Repubblica – Bologna”, ma di rendere conto di qualche altro argomento e punto di vista. Ed allora parto dalle poche cose che ho detto nel mio intervento. Ho cominciato reagendo ad un precedente intervento che aveva parlato di una riunione surreale, da sconfitta invece che da vittoria, che aveva irriso alle preoccupazioni espresse in altri interventi, che aveva usato battute da bar e le metafore in modo molto meno convincente di quelle del segretario Bersani. Ho ricordato che facciamo parte di un partito serio, che anche quando vinciamo sappiamo che questo è solo uno strumento per cambiare il Paese e Bologna. Che invece non stanno bene, da qui la preoccupazione nonostante la vittoria. Leggo una dichiarazione di Donini (dopo aver espresso il riconoscimento a Donini, Merola, Cevenini e ai parlamentari bolognesi dei meriti di questa vittoria, in particolare la coerenza di Donini sulle primarie e sul rimanere fuori dalle candidature, cosa rara) sempre sulla stessa cronaca di Repubblica che riprende il tema del “clima surreale”, per cui sembrava di assistere a “Bologna-Bari col Bologna già in zona salvezza”. Il Bologna BFC, anche se salvo, aveva il dovere di giocare bene e dare tutto l’impegno. Il PD di Bologna, anche se vincente, se riunito in Direzione aveva il dovere di discutere (non festeggiare, non celebrare), di dare i giusti riconoscimenti, di analizzare il voto (come da OdG della Direzione), di capire le difficoltà e gli impegni futuri. Sarebbe stato invece surreale che il maggiore e vincente partito di Bologna avesse eluso queste questioni. Una classe politica dirigente deve discutere e decidere non del proprio destino, ma di ciò che vuole fare, cambiare, nel governo di una città. Se poi vince è obbligata a fare questo, nel modo più efficace ed impietoso. E’ sempre l’etica della responsabilità che deve prevalere sulla superficialità, sull’arroganza, sulla leggerezza (non quella di Calvino) con cui spesso la cattiva politica pensa di barcamenarsi dopo aver tirato un bel sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Da ora le cose saranno molto più difficili di quelle già difficili di quest’ultimo anno. Di surreale, in realtà, venerdì sera, c’era solo un dato: più della metà dei componenti la Direzione, dopo un risultato certamente elettorale straordinario, non era presente. Questi, caro Raffaele, sono forse i “colleghi stanchi”. I presenti, anche con diverse idee, erano attivi e determinati. Come Salvatore Vassallo che, a proposito di merito, aveva svolto un egregio lavoro di analisi del voto e delle preferenze che è sembrato dare fastidio.

Io ho parlato della necessità di attivare una “febbre del cambiare” se vogliamo che Bologna ritorni ai livelli del periodo della “febbre del fare”, visto il periodo di 15 anni di non scelte. E i cambiamenti, se reali, a volte saranno impopolari, politicamente drammatici, in essi il PD dovrà svolgere un ruolo duro, impegnativo di supporto della Giunta, di cucitura fra cittadini e istituzioni.

Ho poi ricordato che il PD di Bologna dovrà fare politica in modo umile (come anche la Giunta), sia perché fare buona politica è mettersi al servizio, sia perché consapevoli che il 50,4% con cui ha vinto Virginio Merola rappresenta poco più di 1/3 del consenso di tutti gli elettori bolognesi.

Per concludere voglio informare Silvia Bignami che il gruppo di lavoro “Un Nuovo PD per Bologna” non è la minoranza (il congresso è finito quasi un anno fa), ma un insieme di persone libere che su alcune cose la pensa in modo diverso, mentre lavora, quasi sempre in pieno sostegno a Donini, per far crescere sempre di più il progetto originario del PD come quel partito democratico, di base, trasparente, che dà valore alle primarie, che guarda avanti e non alle sue vecchie radici partitiche. Anch’io ne faccio parte. Ma non necessariamente condivido ciò che è stato detto sulle scelte di Cevenini. A cui non do nessun consiglio, è già adulto, serio a sufficienza per fare da solo. Ma ho due auspici: che Maurizio risponda alle aspettative dei tantissimi bolognesi che l’hanno votato facendo il Presidente del Consiglio Comunale, ruolo per cui è certamente il migliore. Poi che in futuro non si verifichi più questa situazione in cui, vale per chiunque, vi è una continua proposta di candidature delle stesse persone per più assemblee elettive, a distanza di 6 mesi, 1 anno, due anni. Il cosiddetto “nomadismo istituzionale”. Altrimenti perché non candidare nuovamente, nel 2013, Maurizio Cevenini alla Camera dei Deputati? Sarebbe ancora uno dei candidati che avrebbe il maggior numero di preferenze. Dobbiamo, una volta per tutte, considerare adulti e seri anche gli elettori (non pesci che abboccano) e dobbiamo non metterci mai in condizione di non rispettare le regole che noi stessi ci siamo dati. Regole che valgono per tutti, da Bersani all’ultima persona che si è iscritta al PD.

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Informazioni su lorismarchesini

55 anni, sposato con Loretta, bibliotecaria, e padre di Matteo, giornalista e scrittore. Lavoro come IT Architect in una grande multinazionale del settore ICT, sono laureato in storia moderna ed appassionato di ricerche storiche. Consigliere comunale e capogruppo PD nel tempo libero (poco ..)
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