La Chiesa ha da essere dei poveri e non solo per i poveri


Ho preso il titolo dal monito conciliare del mai dimenticato vescovo di Bologna, card. Giacomo Lercaro. Ricevo sempre via e-mail le “lettere” di Ettore Masina. Oggi, vista l’attualità della sua lettera 152 (governo Monti e ICI degli immobili della Chiesa), la pubblico qui, anche perché contiene il bellissimo discorso che Masina fece alla Camera dei deputati durante la discussione sulla modifica del Concordato proposta da Craxi, nel 1984.

Confesso che la mia gratitudine per il professor Monti e la sua équipe di governo è spesso riluttante. Da un lato convengo sulla necessità e urgenza di molti dei provvedimenti da lui e loro adottati  per evitare il disastro economico, dall’altro mi sembra evidente la durezza chirurgica (per non parlare di arroganza) con la quale il presidente del Consiglio  e molti suoi collaboratori hanno trattato e trattano  i  pesi che impongono alle classi “subalterne”. (Subalterne è un’espressione che essi non usano nei loro discorsi ma che mi sembra implicita nella loro idea di dialogo e di equità).

La mia riluttanza a simpatizzare per questo governo embedded nello schieramento del neo-capitalismo finanziario (o almeno convinto che a questa collocazione non c’è alternativa davanti all’incombenza di una tragedia planetaria) è di tanto in tanto scalfita da qualche provvedimento o decisione che mi risulta opportuno e importante: in questi giorni, per esempio, il rifiuto di ospitare in Italia il carrozzone olimpico e la imposizione di un nuovo regime fiscale alle proprietà ecclesiastiche nel nostro paese. Avrei, naturalmente, preferito che, per quanto  riguarda le tasse applicate alle attività lucrative del Vaticano e degli enti “religiosi”, l’iniziativa fosse stata presa spontaneamente da chi ama presentarsi come faro di austerità se non di povertà. Il Concilio ha raccomandato che la Chiesa rinunzi a tutti quei privilegi (o supposti tali) che possono riuscire scandalosi all’opinione pubblica e Dio sa (ma, per la verità, anche noi sappiamo) quanto siano scandalosi per l’opinione pubblica certi lussuosi alberghi di proprietà “francescana” o similia. Non si tratta certamente di un problema esclusivo della Chiesa cattolica, si  può anzi dire che affligga tutte le comunità religiose che si richiamano al vangelo[1]; ma questo non significa che in Italia la presenza bimillenaria della “centrale” vaticana, per quasi duemila anni stabilita in monarchia assoluta e teocratica, non abbia condizionato con estrema gravità tutta la nostra storia nazionale, rendendo  documenti utopici i concordati  fra Stato e Chiesa. A proposito di concordati: mi è capitato in questi giorni di ripescare nel mare magnum del caos che non posso proprio etichettare come “archivio” il discorso che feci alla Camera in occasione del dibattito sul testo dello strumento  stabilito da Craxi con  la Santa Sede. Ho pensato che i miei amici potrebbero forse considerarlo un documento interessante come rievocazione di problemi e di schieramenti.”

Atti Parlamentari – 6635 ― Camera dei Deputati IX LEGISLATURA – DISCUSSIONI – SEDUTA DEL 26 GENNAIO 1984

PRESIDENTE.

È iscritto a parlare l’onorevole Masina. Ne ha facoltà.

 

ETTORE MASINA. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, cari colleghi che condividete con me la vertigine di questo vuoto[2], io parlo per introdurre in questo dibattito ― anch’io ― quella che ancora in tempi recenti è stata definita l’utopia della separazione, un’utopia che, però, a me sembra concretarsi sempre maggiormente nella coscienza del popolo italiano . Anche il Presidente del Consiglio, stamani, con soave brutalità, ha usato il termine «separazione» (anzi, ha detto «moderna separazione»), ma lo ha fatto in realtà per descrivere un nuovo cedimento alla logica dei concordati. Io parlo, invece, di una separazione che sia veramente tale, nel superamento di una teoria di origine medioevale secondo cui Stato e Chiesa sono due poteri in qualche misura omogenei, quasi che Cristo sia venuto ad affiancarsi agli imperatori, due società gerarchicamente organizzate che hanno in comune alcuni sudditi .

Comincio con l’osservare che dal 1967, da quando cioè questa Camera, stimolata, vorrei quasi dire sferzata, dalla passione civile e dalla religiosità laica di un grande socialista, Lelio Basso, ha avviato un processo di revisione del Concordato, due concetti sono stati sostanzialmente proposti come linea e guida di tale revisione : da un lato l’evoluzione dei tempi e lo sviluppo della vita democratica, dall’altro la tutela della pace religiosa. Il primo concetto, come voi sapete, fu espresso nella mozione approvata dalla Camera nel 1967 e ribadito a conclusione dei dibattiti del 1971 e del 1976; il secondo fu più volte affermato dal compianto onorevole Gonella, al quale era stato affidato il compito di portare avanti, per parte italiana, gli studi ed i colloqui con la Santa Sede. Ora, non è difficile comprendere che tra questi due concetti enunziati la differenza è notevole e si fa essenziale nel comportamento politico che ne consegue. Se si tratta, infatti, di adattare uno strumento legislativo alla evoluzione dei tempi, allora si presenta un’enorme difficoltà: nessuno, in una nazione democratica, può compiutamente prevedere e tanto meno ― si spera ― frenare tale sviluppo , così come secondo la fede cristiana nessuno può illudersi di frenare lo spirito , che soffia dove vuole. Bisognerà, dunque, che lo strumento legislativo di cui si parla ― il Concordato ― sia frequentemente, anzi periodicamente, anzi costantemente, rivisto e modificato. Revisioni del genere che, lo sappiamo bene, sono già difficili e macchinose per le leggi dello Stato, diventano praticamente impossibili quando debbono essere apportate ai testi di accordi bilaterali in cui, oltre tutto, si tratta di valutare con differenti metri di giudizio (ben differenti metri di giudizio!), mutamenti di pensiero e di costume . Ed allora si verificherà inevitabilmente, come già è accaduto in tutti questi anni, una profonda divaricazione tra Concordato e realtà del paese e della Chiesa. Anche drasticamente revisionato, ben diversamente da quanto il Governo di oggi intende fare, il Concordato sarebbe ben presto di nuovo ciò che è oggi: garanzia di privilegi non più comprensibili, enunciazione di princìpi ormai superati. Anziché coronamento di nobili intese, apparirebbe, come a molti di noi oggi appare, una struttura arcaica, fatiscente, in una parola ingombrante, con grave pregiudizio della dignità e della Chiesa e dello Stato. Se invece si assume come linea-guida della revisione la tutela della pace religiosa, che sarebbe garantita dal Concordato, allora credo che bisognerebbe guardare alle condizioni della pace religiosa nel paese; e poiché in Italia, grazie al cielo ed alla democrazia, la pace religiosa regna sovrana, non si comprende perché toccare il documento che la garantisce. Ma la realtà è che la pace religiosa non dipende dal Concordato, né in Italia, né altrove . Se in passato gli accordi tra Stato e Chiesa― ma io preferisco dire, per migliore verità, tra Stato e papato ― hanno ridotto frizioni, discriminazioni, lacerazioni e ad – dirittura persecuzioni, e perciò tanti uomini illustri li hanno cercati, accolti, considerati e onorati come strumenti di pacificazione nazionale, i concordati rivelano oggi alla nostra sensibilità una loro fisionomia deteriore: sono inevitabilmente accordi tra vertici politici e vertici ecclesiastici, in cui si ribadisce una situazione di sudditanza dei singoli cittadini. Non sempre, e neppure spesso, per la verità, strumenti di progresso civile, di elevazione religiosa, di crescita morale di un’intera nazione, i concordati sono invece stati sempre, e talvolta soltanto, distribuzione di diritti tra due poteri monarchici, hanno garantito una pace religiosa più apparente che reale. Credo che non si nega la nobiltà di certi spiriti e di certe intraprese se si riconosce, come oggi sembra doveroso fare, che la libertà religiosa «donata» alle masse con i concordati fu molto spesso ridotta alla facoltà di poter praticare i propri culti senza per questo venire discriminati ed ebbe spesso nefandi contrappesi: parlo delle persecuzioni degli “eretici” delle due sponde, della cooptazione degli ecclesiastici nei ranghi dei potenti della terra e della non meno scandalosa intronizzazione dei potenti della terra nei primi banchi della chiesa, come si  vede ancora oggi in occasione di certi riti pontifici. Una spartizione, insomma, di beni morali, certamente, ma anche economici, non tra Dio e Cesare, come si vuoi far credere, ma tra due Cesari, uno dei quali avvolto da una sacralità teocratica. Cosicché, è poi avvenuto che quando i militanti delle lunghe lotte per la libertà e la giustizia e i ribelli dell’autoritarismo sono insorti contro uno dei due poteri, quasi sempre sono stati colpiti e dall’uno e dall’altro. Basta leggere certe strazianti lettere di De Gasperi o di quel grande e vergognosamente dimenticato nostro collega, il cattolico Giuseppe Donati, fondatore de Il popolo; basta indagare le biografie di tanti democratici cristiani e di tanti altri cattolici degli anni ’30 per vedere come il Concordato in Italia non abbia soltanto chiuso drammatiche vicende religiose, ma ne abbia contemporaneamente aperto altre, non meno tormentose. Basterebbe ricordare la morte civile decretata ai cosiddetti ex-preti , penso, per tutti ―e in questi giorni molti ci hanno pensato con grande rimorso ―, al grande Bonaiuti; penso alle persecuzioni subite poi, già vigente la Costituzione democratica, dagli evangelici e dai testimoni di Geova; penso alla forza pubblica mobilitata da certi vescovi per sgombrare le chiese occupate da comunità che li contestavano, penso a rappresentazioni  teatrali vietate a Roma (tanto per cadere nel ridicolo) . E basterebbe ricordare le denunce contro Padre Balducci e contro Don Lorenzo Milani, presentate dai cappellani militari, per renderci conto di questi inquinamenti reciproci tra due autoritarismi, che ormai la coscienza laica e quella religiosa giudicano inammissibili, anzi vergognosi . Ma nei paesi in cui la fede non è più superstizione clericale, nei paesi in cui lo Stato non è più occupato da una classe schiava del bigottismo o dell’anticlericalismo, la pace religiosa si fonda non su i concordati ma sull’esercizio della democrazia. Lo dico con la fierezza di chi sa di appartenere ad un popolo assai più maturo e tollerante, dal punto di vista religioso, di certi salotti chic in cui il cattolico viene considerato per definizione un sottoprodotto culturale . E lo dico anche per vissuta esperienza. Io, cattolico, sono approdato a questi banchi dopo una campagna elettorale svolta nel territorio di dieci province italiane come candidato indipendente nelle liste di un grande partito popolare, quello comunista, colpito da scomunica nel 1949 dalla Chiesa pacelliana due anni dopo che la Costituente aveva  dato prova della sua volontà di mantenere nel paese la pace religiosa . Ebbene,  la primavera scorsa e nei mesi che sono seguiti ho avuto conferma di una realtà che avevo già colta negli anni precedenti; cioé che a mano a mano che l’intervento dei vescovi, dei parroci e delle organizzazioni cattoliche, a fianco della DC, è andato cedendo il passo al pluralismo politico dei credenti in Cristo, sono caduti antichi pregiudizi che il Concordato non aveva affatto spento ma anzi consolidato con il suo regime di privilegi; i rigidi dogmatismi hanno ceduto ad una impostazione laica della politica e la fede religiosa è finalmente apparsa anche agli occhi degli atei e degli agnostici non come una sovrastruttura di classe ma come una almeno possibile spinta interiore alla costruzione di una umanità più libera e più giusta. C’è stata nel mondo laico e soprattutto in quello proletario ― a me pare ― una maturazione, una sorta di crescita culturale, ma non solo culturale, cui corrisponde una analoga crescita dei cattolici, i quali oggi, dopo il Concilio sanno quanto sia difficile giudicare chi è vicino al Cristo  e rileggono con inquietudine o, come capita a me, con gioia, quel brano del Vangelo in cui è detto che vi saranno un giorno giusti che chiamati nel regno dei cieli per avere onorato il figlio di Dio domanderanno «quando mai ti abbiamo conosciuto, Signore»? e si sentiranno rispondere che ogni atto di liberazione dei poveri, il Cristo lo considera fatto a sé. Noi non abbiamo più bisogno, cari colleghi, di concordati per lavorare insieme , per sentire religiosamente il dovere nel senso più ampio della parola religiosa, cattolici, protestanti, ebrei, atei, agnostici , per sforzarci di fondare insieme finalmente, una civiltà della pace che ponga la parola fine a tutte le guerre e a tutte le divisioni tra gli uomini. Di fronte ai problemi di unità che l’avvento nucleare ci impone, i concordati, così come le intolleranze religiose, appaiono cosa antica, patetica, quanto le guardie svizzere e i reduci garibaldini.

Mentre affermo queste cose, io non nego certo la generosità e neppure la saggezza di certi comportamenti del passato. Penso, ad esempio, con infinito rispetto, al profondo travaglio interiore di quei compagni comunisti che, consapevoli della delicatezza del momento, approvarono l’articolo 7 della nostra Carta costituzionale. Palmiro Togliatti motivò allora questo voto, dicendo che la classe operaia non voleva rischiare una scissione per motivi religiosi. Sono passati da quel giorno 37 anni e credo di poter dire con sommessa certezza che la classe operaia italiana, il movimento dei lavoratori italiani, la democrazia italiana non potrebbero più scindersi per motivi religiosi, tanto meno a proposito del Concordato, perché accanto ad una vastissima e crescente parte del popolo italiano che, con grande pena per noi credenti, non accetta più di dirsi cattolica e per la quale il Concordato è ormai e rimarrà ininfluente ― guardate il vuoto di queste tribune ―, vi sono milioni di cattolici che non vogliono più sentire squilli di trombe militari nelle loro chiese , non vogliono più nelle scuole di Stato sacerdoti pagati dallo Stato come insegnanti ma collocati in cattedra dai vescovi e da questi rimossi a piacimento quando diano un segno di indocilità ; e vi sono milioni e milioni di cattolici che non vogliono più che enti religiosi, le cosiddette e opere di bene, coprano speculatori edilizi, trafficanti di valuta, cavalieri di industria, evasori fiscali . Queste grandi masse di cattolici, alle quali temo che gli intellettuali delle sinistre dedichino troppo poca attenzione, forse perché non sono organizzate in blocchi, non chiedono privilegi, né protezioni per la loro Chiesa, perché dopo il Concilio la loro Chiesa non è più un insieme di enti, di palazzi e di gerarchie ma, come scrive un maestro illustre di storia ecclesiastica, Giuseppe Alberigo, «il luogo di società perfetta e accentrata si qualifica comunione itinerante e peccatrice realizzata ovunque e, rinnovata l’Eucarestia, si riconosce nel mondo solidale con le gioie e i dolori, le speranze e le angosce degli uomini e non come fortezza inespugnabile di verità». Certo, questa Chiesa conciliare, non più piramide di poteri, ma popolo in cammino, è ancora piena di contraddizioni; e nel mondo i cattolici stanno come sempre , forse per sempre, tra i carnefici e tra le vittime, tra i padroni e tra gli oppressi ; e vi sono paesi concordatari e cattolicissimi, paesi ai quali l’Italia vende armi, in cui alla beata Vergine Maria e a sant ‘Antonio di Padova viene attribuito il grado di generalissimo, ma i catechisti vengono trucidati e bruciate le capanne ai contadini trovati in possesso della Bibbia ; e vi sono paesi ― paesi in cui, unico Stato europeo, l’Italia mantiene il proprio ambasciatore ― in cui qualche vescovo veste la divisa dei colonnelli, mentre un suo confratello è assassinato ai piedi dell’altare[3]. E anche in Italia, dove  viviamo condizioni diverse, certo, ma non a caso-, il Concilio sembra passato invano  anche per alcuni gruppi politici e religiosi che si ostinano, per esempio, a dar vita a realtà “ cattoliche “da contrapporre, non si capisce bene perché, a realtà civili, secondo la tradizione delle cristianità medievali ; gruppi che pensano che i credenti in Cristo non debbano , come sale e lievito, sperdersi nella massa, secondo il dettame del Vangelo, ma debbano invece aggregarsi in blocchi di sale e blocchi di lievito, e poi protestano perché vengono rifiutati, non assorbiti dal tessuto nazionale. E vi sono altri gruppi, quasi occulti, o completamente occulti, sui quali sarebbe bene indagare: specie di P2 di rito latino che, alla pari di quella di rito scozzese, sono infiltrati in non pochi settori della vita nazionale, per scopi che io credo assai diversi da quelli della diffusione del regno di Dio . Detto tutto questo, rimane il fatto che non c’è dubbio che anche in Italia il Concilio ha fatto molta strada : ha ridato slancio alle chiese locali, ha moltiplicato gruppi e comunità, ha suscitato fenomeni nuovi e importantissimi, come il volontariato, l’obiezione di coscienza, i tribunali dei diritti, le vigorose adesioni al movimento per la pace. Non v’è dubbio che abbiamo ormai decine e decine di vescovi che rifiutano privilegi e qualunque tipo, anche indiretto, di complicità col potere . E dunque è triste che quando il Governo parla di religiosità del nostro paese, di libero esercizio della fede, parli ancor a come cinquantacinque anni fa di Stato e Chiesa intendendo Stato e Vaticano, quasi che la realtà ecclesiale del nostro paese fosse solo quella dei palazzi apostolici ; e per individuare le forme di collaborazione tra Stato e Chiesa a servizio dei cittadini  ― come suggerisce il testo conciliare citato, del tutto impropriamente, a mio avviso, questa mattina dal Presidente Craxi ― si ripercorrano le stesse piste di un a trattativa bipolare che emargina ampie competenze e del paese (vedi Parlamento ) e della Chiesa ; si ripercorrano le stesse piste percorse da un governo fascista e d a un papato il cui simbolo era il triregno. È triste dover denunziare queste cose nel 1984; molto triste doverle dire a un Presidente del Consiglio che è anche segretario del partito socialista, in qualche modo, dunque, garante della continuità ideale di un partito che nel 1947 votò contro l ‘articolo 7; un uomo che, com’è proprio dei socialisti, non può che rifarsi a una cultura libertaria, nemica di tutti i vassallaggi che non rispondono rigorosamente alle necessità di organizzazione della vita pubblica. Molti di noi cattolici , che hanno guardato con grande simpatia al suo partito, che per esso hanno votato per anni, che ancora sperano di vederlo entrare nel grande movimento dell’alternativa a un potere che sul Concordato ha eretto spesso le proprie fortune, soffrono in questo giorno una cocente delusione. Non è un mistero per nessuno che oggi la Chiesa cattolica ha due anime: una è quella conciliare, che ha scolpito nel cuore ci ò che il Concilio ha proclamato, e cioè che la Chiesa riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore; l’altra è quella di una parte sempre più esigua del potere ecclesiastico che sogna di poter coniare tra pochi giorni, come 1’11 febbraio 1929, una medaglia d’oro con l’effigie del Cristo, ed è magari disposta a riconoscere anche al signor Presidente del Consiglio italiano l ‘attribuzione di un uomo fatto incontrare dalla provvidenza. Noi avremmo creduto ― noi cattolici che cerchiamo di essere fedeli al Concilio ― che un Presidente del Consiglio socialista , per una qualche affinità che i lavoratori colgono subito tra certe scelte politiche e certe scelte religiose, avrebbe scelto tra quelle due chiese quella dei preti operai che rifiutano di incassare la congrua, e che preferiscono guadagnarsi il pane con le proprie mani; quella dei vescovi che , invece di sfilare nelle cerimonie accanto ai prefetti o di popolare i salotti di certi deputati, sfidano la mafia e marciano con i disoccupati in lotta per il posto di lavoro; quella degli intellettuali, che cercano di far chiarezza sulla necessità che la Chiesa si liberi delle sue ricchezze; quella dei giovani che vogliono celebrare il loro sacramento nuziale senza che al rito si a appiccicata la lettura del codice civile . Avremmo sperato che un Presidente socialista lasciasse che i morti seppellissero i morti e non che tentasse di restaurar e una costruzione giuridica che, dopo tutto, appartiene ad un traditore del socialismo e ne porta largamente l’impronta. Ma io non voglio chiudere questo intervento ― destinato non a raccogliere consensi nelle votazioni di domani, ma solo a porre qualche stimolo alla nostra riflessione per un futuro, perché questi problemi dovranno tornare in quest’aula ―, non voglio chiudere questo intervento con tristi memorie. Io preferisco ricordare a me e a voi, onorevoli colleghi, un grande avvenimento di cui ho avuto il privilegi o di essere diretto testimone, in ragione della mia professione, tanti anni fa, l’inaugurazione del Concilio. Ricordo ancora la profonda emozione che si impossessò di me, ma che certo si impossessò di tutti i telespettatori, di tutti quelli che il giorno dopo lessero questo brano del discorso, quando il vecchio papa Giovanni dichiarò che al mondo, paralizzato dall’ingiustizia e dall’egoismo, la Chiesa non poteva che ripetere la parola di Pietro al paralitico che gli chiedeva l’elemosina: io non ho oro né argento, ma questo posso darti, levati su e cammina . In quel momento, quel papa, che pure veniva dalla diplomazia e credeva nei trattati, superava per intuito profetico, per sé e per noi, io credo, ogni idea concordataria; e lui, papa, si faceva, da potente, umile padre di tutti, e presentava una Chiesa di cui aveva detto pochi giorni prima : «La Chiesa quale è e vuole essere è la Chiesa di tutti, ma soprattutto la Chiesa dei poveri» . Per quelle parole, per quella testimonianza, Giovanni è stato amato da tutti ed il suo ricordo vive in molti di noi come annunzio di un’epoca in cui ogni uomo e ogni donna vivranno la propria vita in libertà senza doversi inchinare ad alcuna tutela.

 

(Applausi dei deputati del gruppo della sinistra indipendente e all’estrema sinistra ― Congratulazioni) .

 


[1] Basti pensare all’effetto dirompente sul piano politico provocato in America Latina dal finanziamento delle sette “evangeliche” da parte del Dipartimento di Stato e dalle grandi fondazioni degli States.

[2] L’aula era quasi vuota.

[3] Alludo evidentemente ai paesi dell’America Latina, in particolare a El Salvador

 

 

 

 

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Informazioni su lorismarchesini

55 anni, sposato con Loretta, bibliotecaria, e padre di Matteo, giornalista e scrittore. Lavoro come IT Architect in una grande multinazionale del settore ICT, sono laureato in storia moderna ed appassionato di ricerche storiche. Consigliere comunale e capogruppo PD nel tempo libero (poco ..)
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