Il terremoto ad Anzola dell’Emilia nel 1929 – Relazione tecnica per il Comune

Ing. Antonino Malossi

 Comune di Anzola dell’Emilia

 Maggio 1929

 Oggetto: visita ai fabbricati colpiti dal terremoto

 In seguito ad incarico del Sig. Cav. Nerio Costa Podestà del Comune di Anzola dell’Emilia, io sottoscritto ingegnere Antonino Molossi, ho visitato un rilevante numero di case del suddetto Comune, come da elenco di denuncie pervenute in più giorni in Municipio, onde rilevare gli effetti delle ripetute scosse sismiche che dal giorno 10 Aprile in avanti, notevolmente e ripetutamente si sono fatti sentire nel territorio del Comune, molto prossimo, anzi attiguo, alla zona epicentro del fenomeno.

Dall’esame accurato di tutte le abitazioni visitate sono del parere di dividerle in tre categorie e precisamente:

1)      Fabbricati molto vecchi privati da anni dell’ordinaria manutenzione dai loro proprietari, sia per ragioni economiche che per ragioni di altro genere;

2)      Case normali, ma sempre abbastanza curate della manutenzione più ordinaria;

3)      Case nuove lesionate.

 Alla I Categoria si possono assegnare:

–          La casa colonica di proprietà Tagliavini (affittuario Trigari), la casa colonica e per inquilini di proprietà Benedusi (famiglie del colono Gordini e inquilini Tibaldi – Goldoni); due case di proprietà Ghedini dette del Belluzzo contenenti sei famiglie, ed infine la casa colonica di proprietà del Conte Malvasia (colono Rinaldi).

–          Dette abitazioni erano già anche prima del terremoto in deplorevoli condizioni, con forti lesioni ed anche spostamenti di muri. Naturalmente le scosse avvenute, come ho potuto constatare, hanno accresciuto le dimensioni e la gravità di dette lesioni, ne hanno formate delle nuove, hanno fatto cadere qualche pezzo di piattabanda già in parte staccato in corrispondenza di finestre, cadere calcinacci rendendo anche pericolosa la permanenza in dette case delle famiglie che si sono ricoverate in baracche molto semplici ed in tende fornite  per interessamento del Podestà del Comune.

 Alla II Categoria va assegnata la grande maggioranza delle case del Comune e di queste sono state visitate:

–          La residenza comunale con annessi dipendenti fabbricati per inquilini; il lazzaretto, pure comunale, abitato dalle famiglie Governatori e Lenzarini, ai quali sono state fornite altre tende; le case popolari che pure essendo di costruzione abbastanza recente, dimostrano come siano state costruite in modo pessimo, la casa del Sig. Podestà, il gruppo di case presso e a monte della fermata ferroviaria con notevole numero di inquilini; il caseggiato “Modena” in cui abitano le famiglie Sacchetti, barbieri, Mazzoni, bavieri, Corazza, Malaguti, Tagliavini e Onori; il fabbricato grande e Samoggia di Proprietà Colombari, con parecchie famiglie; quelle di S. Maria in Strada ove abitano le famiglie di Buldini, Cremonini, Pederzoli, Anderlini; la casa colonica di proprietà di S.E. Corni a S. Giacomo (colono Tinarelli (proprietà Conte Malvasia); Tugnoli (proprietà Avv. Giorni) ed altre case abitate dagli inquilini Borghi, Chiodini, Serafini, Silvani, Monteventi Aldo e parecchie altre. Ho inoltre infine visitata la casa di campagna del Sig. Chantre, la quale, essendo più vicina alla zona più colpita, presenta lesioni vecchie aumentate, notevoli lesioni nuove nei muri e negli archi richiedendo importanti lavori di rafforzamento. Detti fabbricati sono presso a poco nelle medesime condizioni di manutenzione e presentano lesioni esistenti nei muri, solai e soffitti ed anche delle lesioni nuove che richiedono lavori di legamento e rafforzamento, pure non presentando imminenti pericoli.

 All’ultima categoria di case, le nuove, appartengono quelle del Sig. Imolesi nel Capoluogo, che pure essendo fatte abbastanza bene, presenta lesioni nuove non gravi nei muri e soffitto all’ultimo piano e piccole lesioni  in corrispondenza della muratura dei travi del tetto e nei muri. Inoltre la casa a Samoggia, di nuova costruzione di certo Pellicciardi costruita in maniera pessima tanto sotto l’aspetto igienico che edile e che presenta lesioni specialmente in corrispondenza delle murature dei travi di legno nei muri, ed infine la casa colonica di proprietà Salvaneschi la quale presenta lesioni tanto nei muri che nei voltini della stalla.

I muri però avevano già ceduto per effetto dell’insufficiente fondazione, i voltini erano già lesionati perché costruiti su poutrelles troppo distanti l’una dall’altra. E’ casa nuovissima ma in pessime condizioni. Tali costruzioni deficienti si potranno impedire solo colla compilazione e approvazione di nuovo regolamento di edilità e d’igiene in sostituzione di quello ora esistente ed applicabile solo nel capoluogo e solo in certi casi e coll’approvazione preventiva dell’autorità comunale dei progetti delle case da costruirsi.

In complesso il fenomeno sismico si è fatto notevolmente sentire a diverse riprese ed in diverso grado della scala Percalli, tutti i gradi (fino al massimo al settimo grado) ha cagionato danni di non grave intensità un po’ dappertutto nel territorio del Comune così vicino alla zona epicentro del fenomeno stesso.

 In fede di quanto sopra.

                                                                                        L’INGEGNERE

                                                                                      f. Ing. A. Malossi

(Archivio Storico Comunale di Anzola dell’Emilia, Carteggio Amministrativo, 1929, b. 341, Cat. II)

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CON TANTI SE E CON TANTI MA, ABBIAMO VINTO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DEL 2012

I risultati delle elezioni amministrative 2012, dal punto di vista numerico dei sindaci e delle loro maggioranze che hanno vinto, sono molto chiari. Ecco i numeri dei 145 Comuni superiori ai 15 mila abitanti (10mila in Sicilia): il centrosinistra ne governava 45; ora ha quasi raddoppiato il suo bottino salendo a quota 81, cui vanno sommati i 14 capoluoghi di cui sopra per arrivare al totale di 95 che Bersani ha sbandierato con comprensibile orgoglio in conferenza stampa. Il centrodestra, invece, crolla da 81 comuni superiori a un terzo esatto (27) cui vanno aggiunti i 6 capoluoghi per un totale di 33 contro i 98 di partenza. Gli altri 23 comuni al ballottaggio se li dividono le liste civiche (5), il centro (4), i 5 Stelle (2) le liste di sinistra (3), la Lega Nord (uno) e liste identificabili come “Altri” (6).

Quindi, da questo punto di vista, è comprensibile ciò che ha dichiarato ieri sera Pier Luigi Bersani: “Senza se e senza ma abbiamo vinto le elezioni amministrative dell’anno 2102”. E sono sicuramente vittorie importanti e difficili, inedite, quelle a Como, Monza, Lucca, Rieti, tanto per fare solo alcuni nomi di città governate quasi sempre dal centro-destra negli ultimi 20 anni. Come sono senza appello le sconfitte del PDL e della Lega Nord.

Ma … ma sappiamo penso quasi tutti (scrivo quasi perché noto in qualcuno del PD ancora un orgoglio contrassegnato da sonnolenza, dall’incapacità di scindere lo scampato pericolo dalle ragioni di profonda crisi della politica e dei partiti in Italia) che i risultati ci dicono anche altre cose politicamente meno piacevoli per la politica in generale e per il PD in particolare. Ecco perché la dichiarazione giusta che avrei voluto sentire dal mio segretario (anche perché le urne sono già chiuse e la propaganda non serve a ragionare bene) è invece questa: “Con tanti se e tanti ma, abbiamo vinto le elezioni amministrative del 2012”.

Questi “se” e questi “ma” penso siano evidenti a molti, ma cerco di essere più chiaro facendone l’elenco e motivandoli:

SE-1)  abbiamo vinto perché si sta chiudendo nel modo peggiore per loro la stagione del centro-destra contrassegnata da incapacità di governo e da scandali; il PD, forte del buon governo locale e di una riconosciuta responsabilità per il Paese che si è assunta, ha perso consensi, voti, ma in modo molto minore dei partiti del centro-destra;

SE-2) abbiamo vinto dove abbiamo saputo esprimere il meglio delle candidature attraverso le primarie, abbiamo perso dove non le abbiamo sapute gestire ed abbiamo presentato candidature usurate (Parma, alla faccia dell’”usato sicuro”) o rampanti (Palermo, dove spero che si smetta di appoggiare Lombardo, tattica che ci ha portato a dimezzare i consensi e a non appoggiare l’unico e giovane candidato del PD alle primarie);

MA-1) abbiamo ancora una estrema lentezza, fino all’arroganza, nel procedere nel cambiamento necessario, nel virare il timone nella direzione giusta; come si fa, fino a poche settimane fa, a ritenere giusto ed adeguato l’attuale sistema dei rimborsi elettorali? Per poi, giustamente a questo punto, essere smentiti dallo stesso segretario e proporre il loro dimezzamento? Lo abbiamo capito o no che per 13 anni vi è stata una quasi “associazione a delinquere” dei partiti che hanno aumentato del 1100% questi rimborsi? Togliendo questi soldi dalle tasche dei cittadini, nello stesso momento del livello più basso di efficacia della politica e senza nessun controllo e vincolo? Perché, per esempio, in Emilia Romagna si sono fatti passi significatici, ma ancora insufficienti, nell’abolire i vitalizi e nella diminuzione di indennità assurde per il tipo di impegno e responsabilità dei consiglieri regionali solo dopo il risultato dei grillini alle elezioni del 2010? Ma perché dobbiamo sempre arrivare dopo, perché dobbiamo rincorrere gli altri, rischiando anche noi la demagogia ed il populismo, invece di essere noi davanti con proposte radicali?

MA-2) Ci rendiamo conto che senza un vero cambiamento, mettiamo in pericolo anche i nostri bravi amministratori? Pensiamo al risultato di Budrio, quasi non bastava il buon governo di Carlo Castelli e la buona candidatura di Giulio Pierini per vincere, talmente era sfocata la nostra immagine a causa di errori e lentezze del gruppo dirigente nazionale;

MA-3) Ci sono massimi dirigenti (Bindi e Letta) che hanno commentato in modo sbagliato il risultato di Parma, come se gli elettori fossero telecomandati dai dirigenti del PDL (che penso non abbiano più nessuna influenza su di loro); ma ci rendiamo invece conto che Parma è una delle città più ricche del nostro Paese, che dopo 10 anni di malgoverno di centro-destra che l’ha portata al dissesto finanziario, gli elettori non hanno visto altra alternativa che il M5S, mentre sono circondati da buone amministrazioni del centrosinistra?

Non penso che queste mie considerazioni siano molto originali. Ma sembra che, anche dopo il voto, i massimi dirigenti nazionali non riescano a togliersi dal solito solco giustificazionista ed autoassolutorio, se non vi sarà un drizzare la schiena, uno scatto di lungimiranza, rischiano di apparire come dei pugili suonati, pur avendo vinto l’ultimo scontro ai punti.

Del resto mi sembra che le dichiarazioni del mio segretario provinciale (Donini) e di quello regionale (Bonaccini) siano più realistiche e consapevoli: “Il Pd è in piedi, non in ginocchio ma certo servirà un´attenta riflessione… Il voto dimostra che chi ricerca un cambiamento va quasi tutto verso i grillini. Dobbiamo saper cambiare ed innovare più di quanto abbiamo fatto” (Bonaccini); “Certo, non ci accontentiamo. Da domani, o si cambia o si muore. Dobbiamo essere noi per primi capaci di interpretare la voglia di cambiamento che c´è in questa regione” (Donini).

Chiudo questa mia riflessione con le due dichiarazioni dei maggiori rappresentanti delle istituzioni bolognesi:

Serve questo, ossia un ricambio generale e più presenza tra i cittadini. I 5 stelle non sono anti-politica, ma una nuova forza di governo a Parma e Comacchio”.  (Merola)

La prima cosa da dire è certamente che il centrosinistra ha vinto, ma poi si deve analizzare il percorso, il risultato e cosa è bene fare” (Draghetti).

Aggiungo che lo spazio che abbiamo come PD è ancora grande, dobbiamo solo voler essere coerenti con il progetto fondativo del nostro partito. Basti pensare che nel Comune di Sesto San Giovanni, amministrato tempo fa da Penati (perché è ancora consigliere regionale?) ed attraversato da scandali sui cui vi sono indagini, il centrosinistra ha vinto con il 70%! Segno che la pazienza degli elettori è ancora grande, ma sarebbe diabolico, arrogante e fallimentare abusarne ancora.

Intanto complimenti a Giulio Pierini, nuovo Sindaco di Budrio!

 

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LA SOCIETA’ DELL’ABBASTANZA: le cose interessanti dette da ROMANO PRODI

Ieri pomeriggio grande partecipazione alla presentazione dell’ultimo libro di Andrea Segrè (“Economia a colori”, Einaudi) alla Libreria Coop Ambasciatori. Con l’autore erano presenti a dialogare Massimo Cirri, Patrizio Roversi e Romano Prodi. Che è stato protagonista di questo incontro più di Segrè e più del libro di Segrè.

Da poche ore rientrato dall’Etiopia, Romano Prodi ci ha fornito alcune indicazioni ed alcune opinioni assolutamente non di circostanza:

– per cambiare questa società globale che consuma troppo e spreca, è troppo diseguale, è in crisi, sarebbe necessaria una classe politica capace ed autorevole, che riuscisse a prendere decisioni di lunga durata, che avesse una visione strategica a 10-15 anni; invece, in tutti i Paesi, quando va bene si ragiona e si decide con davanti un arco temporale di 6 mesi-1 anno

– lo spreco c’è da noi (almeno il 20% di ciò che acquistiamo), ma c’è anche, per ragioni diverse, nei Paesi che soffrono la fame (molti alimenti buttati per mancanza di mezzi di conservazioni, di igiene, di acqua pulita)

– forse l’unico obiettivo per cui la classe politica potrebbe prendere decisioni epocali con una certa condivisione dei cittadini e degli elettori è lo stop al consumo di suolo; qui sono abbastanza ottimista, siamo arrivati ad un punto in cui non possiamo andare oltre, la gente se n’è accorta

– senza una politica forte, i veri decisori sono globali, pochissimi e, a volte, addirittura sono meccanismi automatizzati (come le decisioni automatizzate dell’ordine dei millisecondi per investimenti e transazioni finanziarie: vedi l’ultimo data center in un villaggio del New Jersey in cui sono arrivati 400 matematici indiani, russi, etc. per migliorare algoritmi matematici e per sfruttare la vicinanza con Wall Street con una minore latenza sulle reti ed anticipare altri); uno studio di una Università svizzera ha verificato che sono circa 150 società finanziarie, globali che governano l’economia mondiale (ed alcune sono collegate fra di loro); in questo senso Prodi, prima dubbioso sulla Tobin Tax, ora pensa che non ci sia alternativa

– per essere molto chiaro, Prodi ha però detto che la politica deve essere più forte, non meno forte: “non ho nessun Grillo per la testa”

– Patrizio Roversi, premettendo che è contrario all’antipolitica, ha detto una cosa semplice, ma forse esattamente ciò che si aspettano gli elettori, i cittadini dai politici, dai governanti: “mi piacerebbe sentirmi in buone mani”; mentre ora troppi fanno parte, lui ha detto, del “post-puzzismo”, vengono sempre, cioè, dopo la puzza

– alla fine Segrè ha parlato anche di uno dei colori dell’economia: l'”economia del dono”, che non è solo una bella e buona cosa, un bel sentimento, ma serve anche economicamente: per non sprecare il superfluo (che costa smaltirlo), per soddisfare il bisogno di un altro, per costruire una relazione sociale, altra cosa economicamente importante.

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OdG sul finanziamento pubblico dei partiti approvato all’unanimità dalla Direzione del PD di Bologna

Ieri sera si è svolta la riunione della Direzione del PD di Bologna dedicata ai bilanci (consuntivo 2011 e preventivo 2012). La Direzione è stata introdotta dalle relazioni di Francesca Puglisi (politica) e di Fausto Melotti (tesoriere, sui bilanci, relazione certamente ricca di dati e dove sono stati esposti anche i problemi e le prime attività per risolverli).

Oltre ad intervenire per parlare di finanziamento pubblico ai partiti, alla fine ho presentato un OdG sullo stesso argomento che è stato approvato all’unanimità, anche grazie alla disponibilità di Raffaele Donini a tener conto di tutte le sensibilità ed a farne sinergia.

Sono stati approvati all’unanimità anche i due bilanci. Altri due Odg (presentati da Elvira Mirabella e Francesco Errani) sono stati approvati.

Ecco il testo dell’OdG che ho presentato con alcune modifiche concordate con Donini e Licciardello:

La Direzione dell’Unione Provinciale di Bologna sollecita gli organismi dirigenti nazionali affinché, anche attraverso i suoi gruppi parlamentari, il PD si faccia promotore di una propria proposta organica da rendere nota e portare al confronto con le altre forze politiche,  oltre che della rapida approvazione di una disciplina della vita interna dei partiti, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, secondo le linee già tracciate dal progetto di legge C-4973, che prevede requisiti di democraticità, trasparenza dei bilanci, un’opzione di favore per le primarie, in definitiva una profonda riforma del finanziamento ai partiti.

Il controllo sulla veridicità dei bilanci deve essere affidato alla magistratura contabile e le gestioni scorrette devono essere sanzionate da consistenti decurtazioni dei finanziamenti pubblici. Sulla traccia delle esperienze degli altri paesi europei i contributi pubblici devono essere significativamente e progressivamente ridotti fino a costituire per tutti i partiti solo una parte delle proprie fonti di finanziamento mentre dovranno crescere i contributi di sostenitori e militanti, entro limiti che evitino l’invadenza di interessi economici forti. Una parte prestabilita del finanziamento pubblico, che va significativamente ridotto di dimensioni, deve essere direttamente attribuita alle strutture territoriali che concretamente offrono ai cittadini un canale per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

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Dalla parte del popolo siriano – Fermare le stragi, lavorare per la pace

Mercoledì sera, 28 marzo, ad Anzola dell’Emilia, alla fine della seduta del Consiglio comunale, abbiamo discusso un ordine del giorno sulla grave situazione siriana. L’OdG è stato presentato per il nostro Gruppo “Con Ropa. Insieme per Anzola” (PD) da Davide Querzé ed è stato approvato all’unanimità da tutto il Consiglio.

Abbiamo presentato questo OdG, pur consapevoli che in un piccolo Comune non possiamo fare molto, perché abbiamo sentito un grande silenzio attorno a questa situazione gravissima. Silenzio in Italia, silenzio in Europa. Abbiamo informato di questo OdG Aya Homsi, studentessa bolognese di origine siriana e blogger molto attiva per la libertà e la democrazia del suo popolo. Alla fine della seduta un cittadino siriano abitante ad Anzola ci ha raccontato degli arresti e delle uccisioni di alcuni suoi parenti e non riusciva a fermare il pianto.

Ecco il testo dell’OdG approvato:

”                                         “DALLA PARTE DEL POPOLO SIRIANO

FERMARE LE STRAGI, LAVORARE PER LA PACE”

 

Il Consiglio Comunale  di Anzola dell’Emilia

 

PREMESSO CHE

 

–          il 16 febbraio l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato a stragrande maggioranza una mozione di condanna per la Siria, appoggiando la proposta della Lega Araba che spinge il presidente Bashar al-Assad a lasciare il potere;

–          dal 4 Febbraio scorso, in una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si esprimeva una grave “preoccupazione per il deterioramento della situazione in Siria” e si chiedeva di cessare ogni forma di violenza ma fattori politici hanno finora impedito che ciò accadesse. La Russia e la Cina hanno bloccato due volte le proposte di risoluzione del Consiglio di sicurezza;

–          da molte settimane in Siria sono ricominciate le repressioni sanguinose della protesta del popolo siriano;

–          la situazione è drammatica, ad un passo da una guerra civile che avrebbe effetti devastanti su una popolazione già ampiamente provata.

 

PRESO ATTO CHE

 

–          ormai quotidianamente in alcune città interi quartieri vengono bombardati in modo indiscriminato, ospedali sono usati come centri di tortura, donne e bambini uccisi ed abusati;

–          secondo l’ONU, negli ultimi 11 mesi di rivolte sono state uccise più di 5400 persone, altre fonti parlano addirittura di 8000 vittime;

–          in uno degli attacchi del 22 febbraio scorso sono stati uccisi 2 giornalisti francesi con un attacco mirato all’edificio che li ospitava, rei di voler documentare la situazione drammatica del popolo siriano.

 

CONSIDERATO

 

–          che la situazione di stallo che si è creata rende ogni fazione protagonista del conflitto in atto ancora piu’ decisa a proseguire per la sua strada;

–          quanto affermato dal segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, il quale, parlando da Vienna, ha chiesto con forza alla Siria di fermare le uccisioni di civili;

–          che i diritti umani e  civili della popolazione siriana vengono quotidianamente brutalmente pregiudicati.

 

CONDANNA FORTEMENTE

 

–          le violenze perpetrate contro la popolazione civile e il comportamento delle autorità siriane, in primo luogo del leader di quel Paese, il Presidente Bashar al-Assad.

 

AUSPICA

 

–          che la comunità internazionale non rimanga immobile a causa dei mille veti incrociati che, cinicamente, fanno prevalere interessi economici e strategici di geopolitica, alla vita di tanti siriani caduti chiedendo un futuro migliore, più libero e democratico;

–          che si possa giungere, con un percorso che non preveda una guerra ed ulteriori gravi violenze, alla fine del regime di polizia di Bashar al-Assad;

–          che in Siria non si arrivi al disastro che si è verificato nel caso dell’insurrezione libica, anche perché le conseguenze a livello geopolitico, data l’importanza che il Paese ha nello scacchiere mediorientale, sarebbero di una pericolosità imprevedibile;

 

INVITA IL GOVERNO ITALIANO AD ADOPERARSI

 

–          per fermare il massacro, chiedendo alla comunità internazionale e all’Onu di esercitare ogni forma di pressione e sollecitazione affinché il diritto di manifestare, di esprimersi liberamente e le libertà individuali e di associazione siano garantite in Siria;

–          affinché si apra un nuovo scenario politico di pace, libertà, assoluto rispetto dei diritti umani e civili del popolo siriano;

–          perché sia scongiurato il pericolo di una deriva verso il caos politico, che farebbe della Siria un’autentica polveriera, pronta a far esplodere tutte le tensioni fino ad oggi controllate a fatica in questa martoriata porzione di mondo;

–          perché la situazione siriana venga costantemente monitorata e si prendano i provvedimenti necessari nelle sedi europee opportune.

 

CHIEDE

 

–          che copia di questo ordine del giorno sia inviato, a cura dell’Amministrazione Comunale, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ed al Ministro degli Affari Esteri, Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.

 

 

Anzola dell’Emilia, 28 marzo 2012″

 

 

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La Chiesa ha da essere dei poveri e non solo per i poveri

Ho preso il titolo dal monito conciliare del mai dimenticato vescovo di Bologna, card. Giacomo Lercaro. Ricevo sempre via e-mail le “lettere” di Ettore Masina. Oggi, vista l’attualità della sua lettera 152 (governo Monti e ICI degli immobili della Chiesa), la pubblico qui, anche perché contiene il bellissimo discorso che Masina fece alla Camera dei deputati durante la discussione sulla modifica del Concordato proposta da Craxi, nel 1984.

Confesso che la mia gratitudine per il professor Monti e la sua équipe di governo è spesso riluttante. Da un lato convengo sulla necessità e urgenza di molti dei provvedimenti da lui e loro adottati  per evitare il disastro economico, dall’altro mi sembra evidente la durezza chirurgica (per non parlare di arroganza) con la quale il presidente del Consiglio  e molti suoi collaboratori hanno trattato e trattano  i  pesi che impongono alle classi “subalterne”. (Subalterne è un’espressione che essi non usano nei loro discorsi ma che mi sembra implicita nella loro idea di dialogo e di equità).

La mia riluttanza a simpatizzare per questo governo embedded nello schieramento del neo-capitalismo finanziario (o almeno convinto che a questa collocazione non c’è alternativa davanti all’incombenza di una tragedia planetaria) è di tanto in tanto scalfita da qualche provvedimento o decisione che mi risulta opportuno e importante: in questi giorni, per esempio, il rifiuto di ospitare in Italia il carrozzone olimpico e la imposizione di un nuovo regime fiscale alle proprietà ecclesiastiche nel nostro paese. Avrei, naturalmente, preferito che, per quanto  riguarda le tasse applicate alle attività lucrative del Vaticano e degli enti “religiosi”, l’iniziativa fosse stata presa spontaneamente da chi ama presentarsi come faro di austerità se non di povertà. Il Concilio ha raccomandato che la Chiesa rinunzi a tutti quei privilegi (o supposti tali) che possono riuscire scandalosi all’opinione pubblica e Dio sa (ma, per la verità, anche noi sappiamo) quanto siano scandalosi per l’opinione pubblica certi lussuosi alberghi di proprietà “francescana” o similia. Non si tratta certamente di un problema esclusivo della Chiesa cattolica, si  può anzi dire che affligga tutte le comunità religiose che si richiamano al vangelo[1]; ma questo non significa che in Italia la presenza bimillenaria della “centrale” vaticana, per quasi duemila anni stabilita in monarchia assoluta e teocratica, non abbia condizionato con estrema gravità tutta la nostra storia nazionale, rendendo  documenti utopici i concordati  fra Stato e Chiesa. A proposito di concordati: mi è capitato in questi giorni di ripescare nel mare magnum del caos che non posso proprio etichettare come “archivio” il discorso che feci alla Camera in occasione del dibattito sul testo dello strumento  stabilito da Craxi con  la Santa Sede. Ho pensato che i miei amici potrebbero forse considerarlo un documento interessante come rievocazione di problemi e di schieramenti.”

Atti Parlamentari – 6635 ― Camera dei Deputati IX LEGISLATURA – DISCUSSIONI – SEDUTA DEL 26 GENNAIO 1984

PRESIDENTE.

È iscritto a parlare l’onorevole Masina. Ne ha facoltà.

 

ETTORE MASINA. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, cari colleghi che condividete con me la vertigine di questo vuoto[2], io parlo per introdurre in questo dibattito ― anch’io ― quella che ancora in tempi recenti è stata definita l’utopia della separazione, un’utopia che, però, a me sembra concretarsi sempre maggiormente nella coscienza del popolo italiano . Anche il Presidente del Consiglio, stamani, con soave brutalità, ha usato il termine «separazione» (anzi, ha detto «moderna separazione»), ma lo ha fatto in realtà per descrivere un nuovo cedimento alla logica dei concordati. Io parlo, invece, di una separazione che sia veramente tale, nel superamento di una teoria di origine medioevale secondo cui Stato e Chiesa sono due poteri in qualche misura omogenei, quasi che Cristo sia venuto ad affiancarsi agli imperatori, due società gerarchicamente organizzate che hanno in comune alcuni sudditi .

Comincio con l’osservare che dal 1967, da quando cioè questa Camera, stimolata, vorrei quasi dire sferzata, dalla passione civile e dalla religiosità laica di un grande socialista, Lelio Basso, ha avviato un processo di revisione del Concordato, due concetti sono stati sostanzialmente proposti come linea e guida di tale revisione : da un lato l’evoluzione dei tempi e lo sviluppo della vita democratica, dall’altro la tutela della pace religiosa. Il primo concetto, come voi sapete, fu espresso nella mozione approvata dalla Camera nel 1967 e ribadito a conclusione dei dibattiti del 1971 e del 1976; il secondo fu più volte affermato dal compianto onorevole Gonella, al quale era stato affidato il compito di portare avanti, per parte italiana, gli studi ed i colloqui con la Santa Sede. Ora, non è difficile comprendere che tra questi due concetti enunziati la differenza è notevole e si fa essenziale nel comportamento politico che ne consegue. Se si tratta, infatti, di adattare uno strumento legislativo alla evoluzione dei tempi, allora si presenta un’enorme difficoltà: nessuno, in una nazione democratica, può compiutamente prevedere e tanto meno ― si spera ― frenare tale sviluppo , così come secondo la fede cristiana nessuno può illudersi di frenare lo spirito , che soffia dove vuole. Bisognerà, dunque, che lo strumento legislativo di cui si parla ― il Concordato ― sia frequentemente, anzi periodicamente, anzi costantemente, rivisto e modificato. Revisioni del genere che, lo sappiamo bene, sono già difficili e macchinose per le leggi dello Stato, diventano praticamente impossibili quando debbono essere apportate ai testi di accordi bilaterali in cui, oltre tutto, si tratta di valutare con differenti metri di giudizio (ben differenti metri di giudizio!), mutamenti di pensiero e di costume . Ed allora si verificherà inevitabilmente, come già è accaduto in tutti questi anni, una profonda divaricazione tra Concordato e realtà del paese e della Chiesa. Anche drasticamente revisionato, ben diversamente da quanto il Governo di oggi intende fare, il Concordato sarebbe ben presto di nuovo ciò che è oggi: garanzia di privilegi non più comprensibili, enunciazione di princìpi ormai superati. Anziché coronamento di nobili intese, apparirebbe, come a molti di noi oggi appare, una struttura arcaica, fatiscente, in una parola ingombrante, con grave pregiudizio della dignità e della Chiesa e dello Stato. Se invece si assume come linea-guida della revisione la tutela della pace religiosa, che sarebbe garantita dal Concordato, allora credo che bisognerebbe guardare alle condizioni della pace religiosa nel paese; e poiché in Italia, grazie al cielo ed alla democrazia, la pace religiosa regna sovrana, non si comprende perché toccare il documento che la garantisce. Ma la realtà è che la pace religiosa non dipende dal Concordato, né in Italia, né altrove . Se in passato gli accordi tra Stato e Chiesa― ma io preferisco dire, per migliore verità, tra Stato e papato ― hanno ridotto frizioni, discriminazioni, lacerazioni e ad – dirittura persecuzioni, e perciò tanti uomini illustri li hanno cercati, accolti, considerati e onorati come strumenti di pacificazione nazionale, i concordati rivelano oggi alla nostra sensibilità una loro fisionomia deteriore: sono inevitabilmente accordi tra vertici politici e vertici ecclesiastici, in cui si ribadisce una situazione di sudditanza dei singoli cittadini. Non sempre, e neppure spesso, per la verità, strumenti di progresso civile, di elevazione religiosa, di crescita morale di un’intera nazione, i concordati sono invece stati sempre, e talvolta soltanto, distribuzione di diritti tra due poteri monarchici, hanno garantito una pace religiosa più apparente che reale. Credo che non si nega la nobiltà di certi spiriti e di certe intraprese se si riconosce, come oggi sembra doveroso fare, che la libertà religiosa «donata» alle masse con i concordati fu molto spesso ridotta alla facoltà di poter praticare i propri culti senza per questo venire discriminati ed ebbe spesso nefandi contrappesi: parlo delle persecuzioni degli “eretici” delle due sponde, della cooptazione degli ecclesiastici nei ranghi dei potenti della terra e della non meno scandalosa intronizzazione dei potenti della terra nei primi banchi della chiesa, come si  vede ancora oggi in occasione di certi riti pontifici. Una spartizione, insomma, di beni morali, certamente, ma anche economici, non tra Dio e Cesare, come si vuoi far credere, ma tra due Cesari, uno dei quali avvolto da una sacralità teocratica. Cosicché, è poi avvenuto che quando i militanti delle lunghe lotte per la libertà e la giustizia e i ribelli dell’autoritarismo sono insorti contro uno dei due poteri, quasi sempre sono stati colpiti e dall’uno e dall’altro. Basta leggere certe strazianti lettere di De Gasperi o di quel grande e vergognosamente dimenticato nostro collega, il cattolico Giuseppe Donati, fondatore de Il popolo; basta indagare le biografie di tanti democratici cristiani e di tanti altri cattolici degli anni ’30 per vedere come il Concordato in Italia non abbia soltanto chiuso drammatiche vicende religiose, ma ne abbia contemporaneamente aperto altre, non meno tormentose. Basterebbe ricordare la morte civile decretata ai cosiddetti ex-preti , penso, per tutti ―e in questi giorni molti ci hanno pensato con grande rimorso ―, al grande Bonaiuti; penso alle persecuzioni subite poi, già vigente la Costituzione democratica, dagli evangelici e dai testimoni di Geova; penso alla forza pubblica mobilitata da certi vescovi per sgombrare le chiese occupate da comunità che li contestavano, penso a rappresentazioni  teatrali vietate a Roma (tanto per cadere nel ridicolo) . E basterebbe ricordare le denunce contro Padre Balducci e contro Don Lorenzo Milani, presentate dai cappellani militari, per renderci conto di questi inquinamenti reciproci tra due autoritarismi, che ormai la coscienza laica e quella religiosa giudicano inammissibili, anzi vergognosi . Ma nei paesi in cui la fede non è più superstizione clericale, nei paesi in cui lo Stato non è più occupato da una classe schiava del bigottismo o dell’anticlericalismo, la pace religiosa si fonda non su i concordati ma sull’esercizio della democrazia. Lo dico con la fierezza di chi sa di appartenere ad un popolo assai più maturo e tollerante, dal punto di vista religioso, di certi salotti chic in cui il cattolico viene considerato per definizione un sottoprodotto culturale . E lo dico anche per vissuta esperienza. Io, cattolico, sono approdato a questi banchi dopo una campagna elettorale svolta nel territorio di dieci province italiane come candidato indipendente nelle liste di un grande partito popolare, quello comunista, colpito da scomunica nel 1949 dalla Chiesa pacelliana due anni dopo che la Costituente aveva  dato prova della sua volontà di mantenere nel paese la pace religiosa . Ebbene,  la primavera scorsa e nei mesi che sono seguiti ho avuto conferma di una realtà che avevo già colta negli anni precedenti; cioé che a mano a mano che l’intervento dei vescovi, dei parroci e delle organizzazioni cattoliche, a fianco della DC, è andato cedendo il passo al pluralismo politico dei credenti in Cristo, sono caduti antichi pregiudizi che il Concordato non aveva affatto spento ma anzi consolidato con il suo regime di privilegi; i rigidi dogmatismi hanno ceduto ad una impostazione laica della politica e la fede religiosa è finalmente apparsa anche agli occhi degli atei e degli agnostici non come una sovrastruttura di classe ma come una almeno possibile spinta interiore alla costruzione di una umanità più libera e più giusta. C’è stata nel mondo laico e soprattutto in quello proletario ― a me pare ― una maturazione, una sorta di crescita culturale, ma non solo culturale, cui corrisponde una analoga crescita dei cattolici, i quali oggi, dopo il Concilio sanno quanto sia difficile giudicare chi è vicino al Cristo  e rileggono con inquietudine o, come capita a me, con gioia, quel brano del Vangelo in cui è detto che vi saranno un giorno giusti che chiamati nel regno dei cieli per avere onorato il figlio di Dio domanderanno «quando mai ti abbiamo conosciuto, Signore»? e si sentiranno rispondere che ogni atto di liberazione dei poveri, il Cristo lo considera fatto a sé. Noi non abbiamo più bisogno, cari colleghi, di concordati per lavorare insieme , per sentire religiosamente il dovere nel senso più ampio della parola religiosa, cattolici, protestanti, ebrei, atei, agnostici , per sforzarci di fondare insieme finalmente, una civiltà della pace che ponga la parola fine a tutte le guerre e a tutte le divisioni tra gli uomini. Di fronte ai problemi di unità che l’avvento nucleare ci impone, i concordati, così come le intolleranze religiose, appaiono cosa antica, patetica, quanto le guardie svizzere e i reduci garibaldini.

Mentre affermo queste cose, io non nego certo la generosità e neppure la saggezza di certi comportamenti del passato. Penso, ad esempio, con infinito rispetto, al profondo travaglio interiore di quei compagni comunisti che, consapevoli della delicatezza del momento, approvarono l’articolo 7 della nostra Carta costituzionale. Palmiro Togliatti motivò allora questo voto, dicendo che la classe operaia non voleva rischiare una scissione per motivi religiosi. Sono passati da quel giorno 37 anni e credo di poter dire con sommessa certezza che la classe operaia italiana, il movimento dei lavoratori italiani, la democrazia italiana non potrebbero più scindersi per motivi religiosi, tanto meno a proposito del Concordato, perché accanto ad una vastissima e crescente parte del popolo italiano che, con grande pena per noi credenti, non accetta più di dirsi cattolica e per la quale il Concordato è ormai e rimarrà ininfluente ― guardate il vuoto di queste tribune ―, vi sono milioni di cattolici che non vogliono più sentire squilli di trombe militari nelle loro chiese , non vogliono più nelle scuole di Stato sacerdoti pagati dallo Stato come insegnanti ma collocati in cattedra dai vescovi e da questi rimossi a piacimento quando diano un segno di indocilità ; e vi sono milioni e milioni di cattolici che non vogliono più che enti religiosi, le cosiddette e opere di bene, coprano speculatori edilizi, trafficanti di valuta, cavalieri di industria, evasori fiscali . Queste grandi masse di cattolici, alle quali temo che gli intellettuali delle sinistre dedichino troppo poca attenzione, forse perché non sono organizzate in blocchi, non chiedono privilegi, né protezioni per la loro Chiesa, perché dopo il Concilio la loro Chiesa non è più un insieme di enti, di palazzi e di gerarchie ma, come scrive un maestro illustre di storia ecclesiastica, Giuseppe Alberigo, «il luogo di società perfetta e accentrata si qualifica comunione itinerante e peccatrice realizzata ovunque e, rinnovata l’Eucarestia, si riconosce nel mondo solidale con le gioie e i dolori, le speranze e le angosce degli uomini e non come fortezza inespugnabile di verità». Certo, questa Chiesa conciliare, non più piramide di poteri, ma popolo in cammino, è ancora piena di contraddizioni; e nel mondo i cattolici stanno come sempre , forse per sempre, tra i carnefici e tra le vittime, tra i padroni e tra gli oppressi ; e vi sono paesi concordatari e cattolicissimi, paesi ai quali l’Italia vende armi, in cui alla beata Vergine Maria e a sant ‘Antonio di Padova viene attribuito il grado di generalissimo, ma i catechisti vengono trucidati e bruciate le capanne ai contadini trovati in possesso della Bibbia ; e vi sono paesi ― paesi in cui, unico Stato europeo, l’Italia mantiene il proprio ambasciatore ― in cui qualche vescovo veste la divisa dei colonnelli, mentre un suo confratello è assassinato ai piedi dell’altare[3]. E anche in Italia, dove  viviamo condizioni diverse, certo, ma non a caso-, il Concilio sembra passato invano  anche per alcuni gruppi politici e religiosi che si ostinano, per esempio, a dar vita a realtà “ cattoliche “da contrapporre, non si capisce bene perché, a realtà civili, secondo la tradizione delle cristianità medievali ; gruppi che pensano che i credenti in Cristo non debbano , come sale e lievito, sperdersi nella massa, secondo il dettame del Vangelo, ma debbano invece aggregarsi in blocchi di sale e blocchi di lievito, e poi protestano perché vengono rifiutati, non assorbiti dal tessuto nazionale. E vi sono altri gruppi, quasi occulti, o completamente occulti, sui quali sarebbe bene indagare: specie di P2 di rito latino che, alla pari di quella di rito scozzese, sono infiltrati in non pochi settori della vita nazionale, per scopi che io credo assai diversi da quelli della diffusione del regno di Dio . Detto tutto questo, rimane il fatto che non c’è dubbio che anche in Italia il Concilio ha fatto molta strada : ha ridato slancio alle chiese locali, ha moltiplicato gruppi e comunità, ha suscitato fenomeni nuovi e importantissimi, come il volontariato, l’obiezione di coscienza, i tribunali dei diritti, le vigorose adesioni al movimento per la pace. Non v’è dubbio che abbiamo ormai decine e decine di vescovi che rifiutano privilegi e qualunque tipo, anche indiretto, di complicità col potere . E dunque è triste che quando il Governo parla di religiosità del nostro paese, di libero esercizio della fede, parli ancor a come cinquantacinque anni fa di Stato e Chiesa intendendo Stato e Vaticano, quasi che la realtà ecclesiale del nostro paese fosse solo quella dei palazzi apostolici ; e per individuare le forme di collaborazione tra Stato e Chiesa a servizio dei cittadini  ― come suggerisce il testo conciliare citato, del tutto impropriamente, a mio avviso, questa mattina dal Presidente Craxi ― si ripercorrano le stesse piste di un a trattativa bipolare che emargina ampie competenze e del paese (vedi Parlamento ) e della Chiesa ; si ripercorrano le stesse piste percorse da un governo fascista e d a un papato il cui simbolo era il triregno. È triste dover denunziare queste cose nel 1984; molto triste doverle dire a un Presidente del Consiglio che è anche segretario del partito socialista, in qualche modo, dunque, garante della continuità ideale di un partito che nel 1947 votò contro l ‘articolo 7; un uomo che, com’è proprio dei socialisti, non può che rifarsi a una cultura libertaria, nemica di tutti i vassallaggi che non rispondono rigorosamente alle necessità di organizzazione della vita pubblica. Molti di noi cattolici , che hanno guardato con grande simpatia al suo partito, che per esso hanno votato per anni, che ancora sperano di vederlo entrare nel grande movimento dell’alternativa a un potere che sul Concordato ha eretto spesso le proprie fortune, soffrono in questo giorno una cocente delusione. Non è un mistero per nessuno che oggi la Chiesa cattolica ha due anime: una è quella conciliare, che ha scolpito nel cuore ci ò che il Concilio ha proclamato, e cioè che la Chiesa riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore; l’altra è quella di una parte sempre più esigua del potere ecclesiastico che sogna di poter coniare tra pochi giorni, come 1’11 febbraio 1929, una medaglia d’oro con l’effigie del Cristo, ed è magari disposta a riconoscere anche al signor Presidente del Consiglio italiano l ‘attribuzione di un uomo fatto incontrare dalla provvidenza. Noi avremmo creduto ― noi cattolici che cerchiamo di essere fedeli al Concilio ― che un Presidente del Consiglio socialista , per una qualche affinità che i lavoratori colgono subito tra certe scelte politiche e certe scelte religiose, avrebbe scelto tra quelle due chiese quella dei preti operai che rifiutano di incassare la congrua, e che preferiscono guadagnarsi il pane con le proprie mani; quella dei vescovi che , invece di sfilare nelle cerimonie accanto ai prefetti o di popolare i salotti di certi deputati, sfidano la mafia e marciano con i disoccupati in lotta per il posto di lavoro; quella degli intellettuali, che cercano di far chiarezza sulla necessità che la Chiesa si liberi delle sue ricchezze; quella dei giovani che vogliono celebrare il loro sacramento nuziale senza che al rito si a appiccicata la lettura del codice civile . Avremmo sperato che un Presidente socialista lasciasse che i morti seppellissero i morti e non che tentasse di restaurar e una costruzione giuridica che, dopo tutto, appartiene ad un traditore del socialismo e ne porta largamente l’impronta. Ma io non voglio chiudere questo intervento ― destinato non a raccogliere consensi nelle votazioni di domani, ma solo a porre qualche stimolo alla nostra riflessione per un futuro, perché questi problemi dovranno tornare in quest’aula ―, non voglio chiudere questo intervento con tristi memorie. Io preferisco ricordare a me e a voi, onorevoli colleghi, un grande avvenimento di cui ho avuto il privilegi o di essere diretto testimone, in ragione della mia professione, tanti anni fa, l’inaugurazione del Concilio. Ricordo ancora la profonda emozione che si impossessò di me, ma che certo si impossessò di tutti i telespettatori, di tutti quelli che il giorno dopo lessero questo brano del discorso, quando il vecchio papa Giovanni dichiarò che al mondo, paralizzato dall’ingiustizia e dall’egoismo, la Chiesa non poteva che ripetere la parola di Pietro al paralitico che gli chiedeva l’elemosina: io non ho oro né argento, ma questo posso darti, levati su e cammina . In quel momento, quel papa, che pure veniva dalla diplomazia e credeva nei trattati, superava per intuito profetico, per sé e per noi, io credo, ogni idea concordataria; e lui, papa, si faceva, da potente, umile padre di tutti, e presentava una Chiesa di cui aveva detto pochi giorni prima : «La Chiesa quale è e vuole essere è la Chiesa di tutti, ma soprattutto la Chiesa dei poveri» . Per quelle parole, per quella testimonianza, Giovanni è stato amato da tutti ed il suo ricordo vive in molti di noi come annunzio di un’epoca in cui ogni uomo e ogni donna vivranno la propria vita in libertà senza doversi inchinare ad alcuna tutela.

 

(Applausi dei deputati del gruppo della sinistra indipendente e all’estrema sinistra ― Congratulazioni) .

 


[1] Basti pensare all’effetto dirompente sul piano politico provocato in America Latina dal finanziamento delle sette “evangeliche” da parte del Dipartimento di Stato e dalle grandi fondazioni degli States.

[2] L’aula era quasi vuota.

[3] Alludo evidentemente ai paesi dell’America Latina, in particolare a El Salvador

 

 

 

 

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L’Italia: una società senza Stato? Appunti dalla lettura di Sabino Cassese

Ieri, dopo aver distribuito al mercato di Anzola i volantini per un incontro con Raffaele Donini e l’on. Andrea Lulli che abbiamo organizzato per giovedì sera 10 novembre, ho partecipato con mia moglie all’annuale lettura del Mulino, nell’Aula Magna di Santa Lucia.

La lettura quest’anno è stata tenuta dal professore e giudice costituzionale Sabino Cassese, sicuramente uno degli italiani viventi più importanti, competenti, rigorosi. Le attese non sono state tradite. La sua lettura (il cui argomento sarà ripreso in un suo libro in uscita presso il Mulino) si è basata su un’analisi dei 150 anni dell’Italia unita con il punto di vista del rapporto fra società italiana e Stato. Una lettura profonda e resa in modo semplice, come solo i migliori intellettuali sanno fare.

Ecco una sintesi, basata sugli appunti presi velocemente, quindi senza nessuna presunzione di correttezza e scusandomi per le carenze:

“Cassese individua otto punti deboli nel processo di unificazione:

1)      Processo di costituzionalizzazione: entrambi gli atti fondativi (Costituzione del 1848 e del 1948)

sono stati deboli ed hanno giocato un ruolo insufficiente nella realizzazione di una “costituzione materiale”. La prima è stata un atto di governo e non costitutivo di un popolo (Arendt).

Dunque la popolazione non ha partecipato e tale atto non ha assicurato sufficiente stabilità ai governi. Per quanto riguarda la costituzione del 1948, neppure oggi è veramente applicata: il diritto al lavoro, allo studio, … E’ stata sfigurata e spesso non risponde ai principi che essa stessa enuncia

2)      Vi è un distacco fra società e stato. Vi è una sfiducia nei cittadini rispetto allo stato, l’Italia non ha saputo accogliere i suoi figli (forte emigrazione per un lungo periodo nella storia del paese). La maggior parte del paese si è sentita estranea allo stato.

3)      Mazzini disse: nell’Italia unita manca l’anima nazione. In sostanza la cronica debolezza dello stato sfocia nel potere dei privati, con l’affermazione di poteri clientelari, della mafia… Es. legami familiari nelle professioni. Serviva uno stato che facesse rispettare un minimo di leggi: un diritto valido per tutti. Il mezzogiorno resta un nodo irrisolto. Da qui l’illegalismo di gruppo e individuale. In sostanza una mancata integrazione nazionale.

4)      Legislazione rogatoria (giustificata con le forti differenze di sviluppo esistenti nel paese).

Ciò attenuò la generalità della legge (legislazione a doppio fondo). Vennero così fatte spesso leggi speciali (cercate regole fra eccezioni). Una sorta di disobbedienza legale. Ciò è un’arma per gli uffici che vogliono adottare potere di discrezionalità, mentre è un freno per coloro che cercano di applicare tali leggi rompicapo.

Il tutto si traduce in un invito a contrattare, negoziare le norme.

5)      Non c’è un parlamento rappresentativo né un esecutivo forti. La costituzione non introdusse un meccanismo di stabilità di governo. Solo dopo il 1994 i governi hanno avuto una durata più lunga; tuttavia basti ricordare che nei 150 anni ci sono stati ben 121 governi.

Tale instabilità governativa è stata compensata da continuità politica personale e sempre di un partito al governo. Ovviamente il centro motore dello stato è risultato indebolito da questa instabilità.

6)      Porosità dello stato. Non è mai stato indipendente dai poteri economici. Ciò non ha consentito ai poteri pubblici di difendere gli interessi di tutti e non solo quelli di alcune categorie. Si sono estese forme di neofeudalesimo: penetrazioni di interessi particolari nello stato. Sviluppo di professioni protette. Le conseguenze sono state contraddittorie: far perdere di vista l’interesse pubblico, conferire legittimazione settoriale. (Il livello di stabilità si misura dal livello di indipendenza da fazioni). Dunque bassa stabilità.

7)      Non si è mai formata un’alta classe di funzionari pubblici. Ciò è dovuto al primato della politica. Lo sviluppo della burocrazia è avvenuto per pressioni esterne (economiche e politiche) e non per organizzazione interna. Turati: il sud è vivaio della burocrazia italiana. Una meridionalizzazione della burocrazia porta a non riconoscibilità della burocrazia stessa in tutto il paese. (nomine fatte per anzianità o pressioni politiche e non per merito).

8)      Reazione della statalità ai fattori che l’hanno indebolita: fuga dallo stato.

In sostanza lo stato ricorre ad altri organi esterni, istituti paralleli (Cassa del Mezzogiorno) perché non si ritiene in grado di fare autonomamente. Perdita dei tecnici pubblici nei lavori pubblici.

Per concludere, ci sono stati grandi progressi nei 150 anni (rispetto a mortalità, scolarizzazione, povertà, altezza media delle persone, durata media della vita….) anche merito dello Stato, tuttavia grossi problemi permangono (divario fra sviluppo reale e potenziale, differenze nella scolarizzazione, nella povertà fra nord e sud); forse tutto questo è dovuto al fatto che abbiamo avuto poco stato.

Naturalmente Cassese invoca lo Stato come ordine giuridico con regole uguali per tutti, ordini e divieti per tutti. Uno Stato che non sia un corpo malato oggetto di sospetto ma un organismo sano verso cui la collettività possa fare affidamento.

In definitiva, conclude e riassume Cassese: l’Italia sarebbe più forte se avesse avuto, fin dal principio, “una Costituzione efficiente, esecutivi duraturi, un severo minimo di governo, leggi che dettano regole e non deroghe, vertici amministrativi scelti in base al merito e autenticamente imparziali, istituzioni capaci di creare fiducia nello Stato come agente della collettività e di costituire il capitale sociale assente”.

Insomma, sarebbe stata più forte «avesse avuto non meno, ma più Stato».

 

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